Tratto dal libro “PIORACO – Il respiro di un paese nelle sue foto”

di Mascambruni Amos

In una cavità del Monte Primo, poco meno che un secolo fa, il pievano Ludovico Ludovici cominciò a scoprire tanti fossili da curarne un piccolo museo. Una conchiglia trovata nella valle dello Scarsito è conosciuta agli scienziati di tutto il mondo con il suo nome “Citaris Ludovici”. Anche Aristide Conti possedeva una collezione i fossili, tratti dal Monte Primo, che espose a Parigi nel 1867.

La morfologia
Dapprima è probabile che emergesse dal mare l’anticlinale Pioraco-Montigno, poi Case Lentino-Vallibbia, in ultimo Penna-monte Castellaro.
Le acque ad ogni emersione montuosa cambiavano direzione: dapprima verso il Tirreno, poi verso l’Adriatico. All’erosione del fiume e alla sua varia azione sulle diverse rocce si deve l’attuale morfologia del paesaggio, della gola e dello scoglio. Le erosioni a diversa altezza testimoniano i diversi livelli del’acqua nello scorrere del tempo. Due laghi, lungo e profondo nella valle del Potenza, stretto e alpestre in quella dello Scarsito, hanno lasciato i sedimenti per i prati verdi e smeraldini.

Compare l’uomo
Di fronte alla grandiosità e lentezza dei fenomeni di assestamento delle acque e dei monti, la comparsa dell’uomo, “ultimo giunto”, appare recente, benché qui vivessero i primi abitanti della zona, predecessori degli umbri e dei piceni. Nel 1882 durante i lavori di sistemazione della strada, nel punto più stretto della gola, furono rinvenuti antichissimi resti antropici. Allora Ludovici penetrò a fondo di una grotta e rinvenne un grosso dolio con dentro molti oggetti di bronzo che avevano preso una bella patina di ossido verde omogeneo. Alcuni studiosi pensarono ad un ripostiglio appartenente ad un collezionista, altri ad una “stips votiva”, altri ad una fonderia. Il materiale finiva nei musei di Perugia, di Roma, o in collezioni private. Quello che Ludovici ritenne per Pioraco fu disperso con i fossili alla sua morte.

Ai tempi di Roma
Ai tempi di Roma, Prolaqueum era un statio della via Nuceria Camellaria, dopo Dubios (nei pressi dell’attuale poggio Sorifa) e prima di Septempeda (l’attuale San Severino), come appare nell’ ”Itinerarium Antonini”. Tutto il territorio sta restituendo tracce di romanità: al Campo delle erbe di Perito embrici, laterizi, fistule di piombo, stoviglie, frammenti di doli (in uno dei quali il bollino di Gavio Stabilo riporta la fine della repubblica), mentre in un piombo il nome Claudius Asiaticus è di alcuni secoli posteriore; a Seppio le tracce romane sono conservate nella villa Costa: una vasca, un’ara; a Pioraco sono visibili i resti del diverticolo della Flaminia, il ponte marmone con l’iscrizione al divo Cesare (Cil 5642), scoperte romane casuali a Malpasso, alle Casarine, alle cartiere, alla pieve, a s. Francesco, a Casarinaccio…, tracce considerevoli della piscina limaria, del teatro, delle terme, di statue, iscrizioni. I giardini pubblici offrono alcuni segni di Roma raccolti a Pioraco.

Nel medioevo

Nell’alto medioevo Pioraco era una pieve, cioè una piccola comunità periferica, già esistente prima che Roma la assorbisse, ancora efficiente quando l’impero finì, anche se non più attorno al tempio pagano, ma alla chiesa cristiana. La vita vi scorse per secoli e secoli come l’acqua nei fiumi, come i cavalli nella strada romana, montati dai longobardi, forse anche dai bizantini, dagli Ottoni, dagli svevi.
Nel 1119 il vescovo Lorenzo la concesse in enfiteusi al marchese Warnerio e alla contessa Altrude. La chiesa di s. Vittorino, dapprima modesta come una pieve rurale, era stata totalmente rinnovata ed accresciuta a tempo della concessione e restò il perno della vita civile e religiosa del paese.

Il castello
Intanto Pioraco diventava castello e le sue torri si specchiavano sui laghi. Due muri chiudevano l’abitato verso oriente, in quello superiore si apriva la porta del “castrum”; quello inferiore congiungeva i due monti opposti; sotto la porta passava la strada; alla destra del fiume la torre con saracinesca; a ponente altra cerchia merlata con due porte per Sefro e Fiuminata; sulla propaggine tra il Potenza e lo Scarsito altro sbarramento; la torre sullo scoglio del monte Primo, la “Guardiola”, comunicava con Lanciano e la Intagliata, la potente difesa nord del ducato di Camerino. I primi documenti sul castello ci conducono agli inizi del duecento. Alla fine del ‘400 Pioraco non aveva più rigida organizzazione castellana, anche se restavano le mura, anche se i signori di Camerino, nelle loro lotte dinastiche, continuarono a riferirsi a Pioraco fino alla morte del duca Giovanni Maria (1528). I Da Varano possedevano a Pioraco terre, molini, case, corte e un buon pacchetto commerciale nell’industria della carta. Più a lungo che a Beldiletto e Lanciano, più facilmente che ad Esanatoglia, i signori villeggiavano e ricevevano a Pioraco. Con gli ospiti più illustri si pavoneggiavano degli incanti di questo paese.

Le cartiere
Il documento più antico relativo alle cartiere è la nota di acquisto di un mercante fabrianese: la carta reca in filigrana il segno della levere (lepre) e del drago. E’ datata 1363-1366. Alcune situazioni di fatto fanno supporre che l’industria fu introdotta alla fine del ‘200 in occasione di una crisi passeggera delle cartiere di Fabriano. Nel’500 le cartiere erano una decina, disposte lungo piccole cascate. I Da Varano, padroni della “cinciara” (il commercio degli stracci) concorsero allo sviluppo delle cartiere e ne trassero vantaggi. Pioraco e Fabriano entrarono in crisi nel ‘700 per mancanza di materia prima: lino e canapa. Anche Napoleone danneggiò l’industria con alcuni restrizioni.
Il secolo scorso segna la ripresa. Giuseppe Mataloni prima, Giovanni Miliani poi fondarono le cartiere più consistenti. Nel 1878, alla prima statistica ufficiale del nuovo stato italiano, Pioraco comparve con cinque stabilimenti che si ridussero a quattro nel 1896 (uno Mataloni, due Miliani, uno Franceschini), finché non sono state riunite in una sola (1912). Gli addetti rappresentavano il 43% della popolazione attiva, dato che i lavoratori sono tutti piorachesi. Il collegamento alle cartiere di Fabriano e Castelraimondo crea un vincolo di certezza all’avvenire di Pioraco: la comunità nazionale è coinvolta nelle sorti di questo piccolo triangolo industriale.

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